SOLITUDINE AL CONTRARIO

“Nini! Vieni qui! Nini!”
Un cagnolino dinoccolato, sta fermo in mezzo alla spiaggia. Sopra il cane, color nocciola, il cielo è azzurro. Le nuvole si spostano leggere, spinte dal vento di Libeccio che stamattina soffia molto forte.

“Nini! Vieni qui!” 
Il cane non si muove, osserva un gruppetto di corvi che becchettano i resti di un pesce portato a riva dalla corrente.
È un’assolata giornata di febbraio che sembra anticipare la primavera. La luce scende obliqua sulla sabbia e sull’acqua. Il vento soffia a raffiche, così che, a tratti, tutto sembra in procinto di volare via: gli uccelli certamente, ma anche i capanni, i passanti e il cane.

“Nini, vieni ti ho detto! Andiamo!”
Una donna anziana, infagottata nei vestiti, sta in piedi poco lontano da me e chiama il cane con una vocina sottile che si affatica controvento: “Nini! Ti ho detto di venire qui!”.

Il cane tiene la coda ammainata fra le zampe e non si muove. Inclina la testa per guardare uno stormo di gabbiani che vola basso sul mare. Gli uccelli avanzano piegando le ali chiare, ora da un lato ora dall’altro per cercare di restare stabili. Volano avanti e indietro, aggraziati anche quando una raffica più forte li investe, costringendoli a cambiare direzione.
Io, il cane e la donna stiamo a guardare.
Poi, improvvisamente, lo stormo cambia assetto e si allunga come la canna di un fucile. Gli uccelli si serrano uno a fianco all’altro, portano le ali all’indietro e guadagnano velocità: fuoco! I gabbiani piegano veloci verso la spiaggia, minacciosi come una rosa di piombini: vogliono sottrarre ai corvi gli avanzi del pesce.
Penne bianche, penne nere. I corvi lasciano cadere il pasto e, sconfitti, volano via. 

Mi torna alla mente un ricordo. Era un giorno di fine estate. C’era vento, come oggi. Avevo circa otto anni, mio cugino pochi di meno. Lui era arrivato coi miei zii da Milano per trascorrere le vacanze. Pochi giorni dopo sarebbero ripartiti per tornare alla fretta, e alle nebbie. Ultimi pomeriggi di mare, passati a correre sulla riva, già con la maglietta addosso. Mio zio ci seguiva, imponente e rassicurante: un suo passo, tre dei nostri. Suo fratello, ovvero mio padre, era morto un paio di anni prima e lui, da quel momento, si era incaricato di sostituirlo come poteva. Se vuoi puoi chiamarmi babbo anche se non sono il tuo babbo vero, mi aveva scritto un giorno in un biglietto.
Io avevo continuato a chiamarlo zio, non per mancanza d’affetto, sia chiaro, ma piuttosto per non fare confusione. Per averlo come padre, avrei dovuto cambiare tutto il sistema: mio cugino sarebbe diventato mio fratello, mia zia, la mia seconda mamma, avrei avuto un numero maggiore di nonni e più cugini di quelli che le mie legittime zie avessero già messo al mondo. E poi: se mia sorella non avesse accettato? Sarebbe diventata la mia sorellastra? Dovevo già vedermela con la nostalgia e con la mia natura riflessiva, degenerata in una forma acuta di esistenzialismo precoce dopo la scomparsa del babbo vero: meglio non complicare ulteriormente le cose.
“Guarda babbino!”, aveva urlato all’improvviso mio cugino. Un gabbiano saltellava instabile sulla sabbia, trascinando un’ala dietro di sé. Lo zio l’aveva inseguito correndo pesantemente. Le sue scarpe lasciavano impronte enormi.
Non ricordo come ci riuscì, ma alla fine l’aveva catturato. Lo teneva fermo con le sue grandi mani e ce lo faceva accarezzare.
Avevamo portato il gabbiano ferito nella casa di campagna degli zii e l’avevamo chiuso in cucina, in un recintino improvvisato con due sedie ribaltate e una rete. Volevamo curarlo.
Mio zio gli aveva steccato l’ala e io l’avevo lasciato fare nonostante fossi decisamente più esperta di lui: volevo fare la veterinaria e avevo sempre curato i miei pupazzi da sola.
Al gabbiano davamo un sacco di cibo, tanto quanto lui riusciva a mangiarne. Jonathan Livingston (in omaggio al libro) era di bocca buona, finiva tutto: gli scarti di prosciutto, le bucce del melone e la pasta avanzata.
Quando, alcuni giorni dopo, mio cugino era tornato a Milano con la madre, lo zio e il gabbiano erano rimasti soli.
La scuola era ricominciata e io non andavo più a trovarli. Avevo notizie di J. L. per interposta persona: mia madre telefonava a mio zio e mi aggiornava sullo stato di salute del malato.
Finché un giorno, fu lo zio a chiamare. Avevo risposto io. “Cicci, passami la mamma”, aveva detto perentorio.
I due adulti avevano confabulato un po’. Io capivo subito quando mia madre confabulava, il tono della sua voce cambiava e usava parole complicate o stranamente generiche per non farmi intuire di cosa stesse parlando: “Hai interrato la creatura? … capisco… spiacevole… dirò io la cosa all’infanta, non angosciarti, grazie Attilio…” .
Mia madre aveva abbassato la cornetta e mi aveva sorriso: quel sorriso falsamente rilassato che hanno gli adulti quando devono sostenere un dialogo con un bambino.
“Cicci, il gabbiano è volato in cielo.”
Frase trabocchetto. Magistralmente architettata per avere due opposte interpretazioni.
Capii che il gabbiano era morto, ma preferii non chiedere conferma, conservando la speranza che le parole di mia madre fossero da leggersi in senso letterale e che J. L. fosse effettivamente volato via. Quel giorno imparai che anche gli adulti dicono le bugie e che lo sanno fare meglio dei bambini.

“Nini! Vieni!”
La signora torna a chiamare il cane e io a concentrarmi sui gabbiani che hanno finito di mangiare il pesce e ora stanno accovacciati sulla sabbia. 

“Nini!”
Finalmente il cane si gira e trotterella senza entusiasmo verso la donna. Attraversa lo stormo in linea retta come una palla da bowling mandando all’aria gli uccelli come fossero birilli. Raggiunge la signora che se lo assicura al polso con una corda. Poi, donna e cane, camminano in mia direzione. Si fermano a un paio di metri da me e mi guardano. Hanno occhi piccoli e opachi: cataratta. Quelli di lei mi fissano al centro di una faccia rugosa. La faccia è stretta fra i veli di un foulard, sopra il foulard un cappello di lana color ciclamino. Giacca a fiori, scarpe rosse. Mi alzo e saluto.
“Buongiorno signora”, dico mentre accarezzo il cane sulla schiena constatando che ha la forma di un grosso fagiolo.
“Poverini”, dice lei.
“Chi signora?”, chiedo.
“Gli uccelli!”
La guardo perplessa.
“Chi si occupa di loro?”, chiede retorica.
Non so cosa rispondere, non ero preparata a una domanda del genere.
“… non saprei… pensa che non se la passino bene?”, domando dando un’occhiata ai gabbiani accoccolati sulla sabbia tiepida.
“No, devono mangiare…, dice la donna indispettita,chi gli dà da mangiare?”
“Non crede che trovino il cibo da soli?”, chiedo.
La signora mi guarda accigliata, 
“Certo che no… come fanno poverini? Abbiamo tutti bisogno di qualcuno che pensi a noi. Io macino il granturco e lo porto qui tutti i giorni, ma sono troppi…”, spiega rassegnata la donna. “Arrivederci”, conclude, turbata dalla mia mancanza di sensibilità. Strattona il cane e cammina via.

Seguo la donna con gli occhi, finché non svolta dietro i capanni, poi torno a guardare il mare.

Abbiamo tutti bisogno di qualcuno che pensi a noi… La faccenda mi pare improvvisamente più complicata di così. Mi siedo sulla sabbia e mi metto a pensare: penso a mio zio e alla sua proposta di paternità, al recintino del gabbiano ferito, ai miei pupazzi malati, alle bugie buone di mia madre, alla donna che macina i cereali e anche allo strano sentimento che certe volte mi prende. Una specie di solitudine al contrario. Il bisogno sincero di accarezzare qualcuno, di prenderlo a baci in fronte e sulle spalle. Costringerlo a sedersi per mangiare qualcosa di buonissimo. Impedirgli, per un attimo, di sentirsi solo. Far sì che non si accorga che l’Universo è enorme e fa paura.
La signora dei gabbiani ha ragione, abbiamo tutti bisogno di qualcuno che pensi a noi, ma ha ragione per metà, quello che manca, l’altra metà, è che abbiamo bisogno di qualcuno a cui pensare.

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