AZZORRE

Un’isola, un aereo, un atterraggio imperfetto, tutto che si rompe, la mancanza infinita e il tempo in mezzo.

Mio padre era fra i 137 passeggeri del Charter che l’8 febbraio del 1989 si è schiantato sulla cima di Pico Alto nell’isola di Santa Maria.
Io avevo sei anni.
I bambini hanno la capacità di vivere in modo speciale anche eventi molto drammatici. Ingentiliscono il dolore con lo strumento della fantasia e sono in grado di ricostruire la memoria mancante, quella che non hanno avuto il tempo di formare. Ho quindici ricordi autentici di mio padre, il resto sono cose immaginate. Una protesi della memoria importante ed efficace quanto un arto artificiale.
Nel 2014, sapendo poco dell’incidente, mi sono imbarca su un volo per le Azzorre. Si può facilmente pensare che volessi fare la pace con quanto era successo, ma non è così: nella perdita si perde, è un dato di fatto. Il passato non si può rifare, ma dal presente dipende ogni futuro possibile: questo sì. Avevo un conto aperto con l’isola, ed ero decisa a vedermela con la mia storia per lasciarmi traghettare in un futuro diverso: quello che oggi già vivo.
Questa storia inizia a Lisbona, con certe cose dette da uno sconosciuto che mi hanno permesso di interpretare gli eventi che sarebbero successi di lì a poco. Si conclude, di nuovo a Lisbona, con l’incontro più importante, che ha messo in salvo me, e non solo me, dal naufragio dei sentimenti. In mezzo, l’isola, le persone che la abitano, ricordi, biscotti, fiori viola, vetri rotti alle finestre, una stella, due torri di controllo, il buio, alberi altissimi, un cavallo, strade senza nome, una montagna che invece è una collina e i pezzi di un aereo. Tutt’intorno il mare.

Quanto è successo è raccontato in un libro che tutti tranne me riescono senza esitazione a chiamare romanzo: Azzorre, NEO Edizioni 2020.


Il libro è in libreria dal 19 giugno. Puoi trovarlo on-line
QUI