LA FELICITÀ BRUCIA (con fiamme altissime)


dai sogni di una quarantena


L’acqua fa lo stesso rumore contro la banchina quando i pescherecci escono dal porto nelle notti di mare calmo. Il cielo, il mare e lo scoglio –che li invade entrambi– hanno toni diversi di nero lucidati dal supersatellite terrestre.

Nico nuota verso la parete preistorica. La tocca. È coperta di alghe e molluschi. Fa un respiro profondo e inizia a scendere. Cerca un varco nel buio con le mani. Lo trova e ci si infila percorrendo una traiettoria a uncino, come l’amo che buca la bocca di un pesce. 
Dentro lo scoglio si potrà respirare finché il supersatellite non farà risalire la marea. Si tira su con le braccia e si stende su una lingua asciutta di sale. 
Ci vorranno centinaia di anni per tornare, pensa Agnese che è lì già da tempo. Si guarda i palmi delle mani. Non sa come riesca a vedere: è la luce della luna che arriva fin lì o sono i suoi occhi, allargati come quelli delle spinose d’argento, più in basso nelle profondità del mare? 

Sulla piana di sale Nico ascolta il verso dei leoni marini. Agnese si piega su se stessa, poi su di lui, e si stende. Appoggia la testa sul suo cuore come per dormire. Lo trova bello quel lamento, le ricorda la coda dei dischi in vinile che ballavano sul pavimento della casa in Svizzera prima dello stallo del mondo.

Una volta ci avevano anche fatto l’amore su quel pavimento, poi lui si era alzato con un gran mal di schiena e da allora non era più successo.
Il pensiero la disturba. Si rimette seduta.

Apre il portatile per connettersi al saluto settimanale mondiale. Il monitor diffonde un bagliore elettrico nel buio. Le facce si affollano sulla scheda del browser: ci sono più o meno tutti. I ragazzi sono tornati bambini, gli adulti invece sono sempre più vecchi e sempre più chiari: sagome strappate sulla carta da parati delle loro stanze private – soggiorni, cucine, camere da letto.

Fuori dallo scoglio, nella mente di Agnese, è quell’ora della sera in cui il cielo torna bianco prima di prendersi colori non suoi. Da quando il mondo si è fermato, non avendo nient’altro da fare, ha allenato la sua capacità di essere insieme giovane e adulta, così corre sul bagnasciuga con gli altri bambini. Sono fatti di fuoco. Bagnano i piedi in acqua e tornano a riva. C’è anche suo padre. Scuote le canne ogni volta che, senza intenzione, i bambini incendiano la vegetazione. Lui era scomparso molti anni prima contro lo scoglio di un’altra isola e ora che è tornato ha sempre la stessa età. La felicità brucia con fiamme altissime che si allungano dalle facce e dalle schiene dei bambini, dalle braccia e dalle dita affusolate.

Il tempo passa, ma la notte non arriva.
Agnese e suo padre parlano d’amore e anche di come si costruisce una casa che regga bene alle mareggiate. 

Il tempo passa ancora, se non può arrivare la notte non arriverà neanche il mattino.
Quando infine vede il padre risalire in macchina, Agnese corre fra gli arbusti cresciuti radi sulla sabbia. Inciampa, cade, si rialza, corre ancora. Si ferma a fianco alla Triumph grigia, nello stesso punto in cui si è vista in una vecchia fotografia. Le guance rosse, umide; il fuoco che si spegne. Respirare forte.

Scalcia nel suo stomaco un sentimento chimera, metà capra metà dolcezza.

2 Comments LA FELICITÀ BRUCIA (con fiamme altissime)

  1. Anna Bartolini Luglio 18, 2020 at 11:08 am

    Bellissimo, Ceci. Ti prende gli occhi.

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    1. il Marinaio Luglio 18, 2020 at 7:41 pm

      Grazie Anna. Ho cambiato i nomi delle persone, ma il sogno è vero: nitidissimo. Ho avuto la sensazione di rivedere mio padre, come fosse venuto a trovarmi. Non mi era mai successo.

      Reply

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