LA GIOSTRA

Mi sono messa in quarantena in una stanza del pensiero con le finestre aperte, in cui rimbalza l’idea che questa situazione potrebbe essere un’opportunità.
La foga con cui vengono svuotati gli scaffali del supermercato mi sembra la fotografia ingombrante di ciò che ancora siamo. Condividiamo pensieri più o meno ragionati, la narrazione dei nostri sentimenti – come in questo stesso post – le foto del gatto, quelle dell’addio al nubilato, insieme a tutti i sacramenti sparsi fra le istantanee del culo davanti allo specchio. Condividiamo tutto: ma non le ultime dieci scatole di fagioli sullo scaffale.
Sappiamo di essere in corsa contro un futuro assurdo che non è un destino: è una scelta collettiva se fra le due cose esiste qualche differenza. Non basta il caldo di questo febbraio per rendere ragionevole un cambio di direzione, né serve accorgersi che siamo, poveri o ricchi, raramente felici.
Non sono la scienza, la fede né il buonsenso a spingere sul freno ma un parassita invisibile che vince a braccio di ferro le regole maciste del capitale facendo perno sul gomito della società. Ci ricorda che le frontiere sono geometrie convenzionali e idealizzate, flette di forza il nostro modo di vivere costringendoci in pochi giorni a cambiamenti che cinquant’anni di teorie ecologiste sono riusciti appena a suggerire. Abbiamo sempre sostenuto che fermarsi non fosse possibile, cambiare rotta nemmeno: oggi scopriamo che semplicemente lo è. Se lo considerassimo necessario sapremmo far rallentare la giostra, forse non abbastanza per riuscire a scendere, ma quel tanto che serve a far passare la nausea. E, se le luci isteriche del Luna Park finalmente si spegnessero, potremmo recuperare lucidità, vedere meglio dove siamo, tornare a chiederci quali cose sono davvero importanti e, forse, trovare modi nuovi per averne cura.

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