LE PAROLE PERDUTE

La prima volta che si erano incontrati si erano appena rivolti la parola. La seconda, un paio di anni più tardi, avevano dormito insieme nel letto di un albergo di montagna. Il motivo che li aveva portati lì non è importante.
Ci erano arrivati a tarda notte dopo aver percorso in macchina i fianchi dell’Appennino, curvi come quelli delle signore in costume da bagno più giù, sulla riviera. All’albergo avevano suonato il campanello. Nonostante l’ora, qualcuno aveva aperto. Avevano preso una doppia perché due singole sarebbero costate di più e non erano stati a sindacare sulla qualità della camera con vista parcheggio. Avevano entrambi notato il lettino accessorio appoggiato alla parete opposta alla finestra, ma né lui né lei avevano pensato di utilizzarlo se non per lasciarci sopra gli zaini.
La ventola del bagno era collegata alla lampadina, così che accendendo la luce, il marchingegno produceva un rumore sfibrante che avrebbe certamente svegliato, se mai ce ne fossero stati, i turisti addormentati nelle camere a fianco. Nel dubbio di non essere soli avevano rinunciato alla doccia e si erano messi a letto. 

Spente anche le luci sui comodini, avevano continuato a parlare. Voci sempre più sottili, pause sempre più robuste, poi lui si era addormentato. 

Parlavano animatamente dalle 14 e un quarto. Si erano dati appuntamento a quell’ora alla stazione di Reggio Emilia. Lui viveva molto più a nord, lei molto più a sud.
Lui era arrivato in macchina e l’aspettava appoggiato allo sportello fumando all’ombra di un cappello di feltro decisamente inadatto all’agosto che infiammava il parcheggio. Lei era scesa dal treno masticando un panino vegetariano. Canottiera, pantaloncini corti, zaino, scarpe da tennis.

“Ne vuoi?”

Lui aveva sorriso e poi riso e poi sfilato la sigaretta dalla bocca per non farla cadere. Non rideva di lei, del panino vegetariano, né dei pantaloncini, né dello zaino, né per il caldo o il cappello o altro, era felice.

In macchina si erano raccontati molte cose. Le più personali le avevano rovesciate nel discorso come sul tavolo le tessere di un puzzle. Così, col passare delle ore, si erano fatti un’idea l’uno dell’altra tanto approssimativa quanto inequivocabile allo stesso modo in cui, per tornare al puzzle, se si guardano i pezzi con attenzione si riesce a capire se sono di un albero, di una città, di un gatto o un aereo da guerra e se vale la pena perdere tutto il tempo che servirà a metterli insieme. In lei lui vedeva il mare: lei viveva in effetti sulla costa. In lui lei vedeva delle radici e poi anche dei fiori.

Quella notte non avevano fatto l’amore. Neanche un bacio o una carezza. Lei avrebbe voluto avvicinarsi, questo sì, solamente toccargli un braccio o la schiena per poter sentire anche ad occhi chiusi che era ancora lì. Ma non ne aveva avuto il coraggio, così aveva tenuto gli occhi aperti il più a lungo possibile. Si era abituata al buio e aveva guardato la stanza: il televisore posizionato esageratamente in alto, un quadro storto, la porta del bagno, la tenda, lui. Solo molto tardi si era addormentata. Aveva sognato di uscire dalla camera e di scendere verso l’ingresso per un motivo che al risveglio non si sarebbe ricordata. Poi si era girata per tornare da lui, ma le scale non c’erano più.
Si era svegliata.
La tenda pendeva a lato della finestra socchiusa e la luce del sole arrivava sul letto insieme all’aria del mattino. Lui era steso su un fianco. La guardava. Lei gli aveva raccontato il sogno. Lui aveva sorriso di nuovo come alla stazione. Poi aveva allungato la mano per toccarle i capelli con un movimento rapido e delicato, come avesse raccolto una conchiglia fra le onde scure che le scendevano sulle spalle.

Lei aveva un nome qualsiasi. Anche lui aveva un nome qualsiasi, ma due iniziali speciali: A.Z. Come la prima e l’ultima dell’alfabeto, lo spazio che contiene tutto ciò che si può dire – Se c’era un posto in cui cercare le parole perdute era senz’altro quello – pensò lei che aveva perso tutte le parole d’amore. Un’idea nata col vigore e l’incoscienza di un getto di gramigna nel bel mezzo dei sui trent’anni, accuratamente diserbati da qualsiasi sentimento in seguito a un dolore troppo grande che l’aveva indurita e cambiata.

Vestirsi, rubare merendine al buffet della colazione, boschi, la strada che scende, caldo, un giro in macchina sulla costa ovest, gente, parcheggi in divieto, scogli, vedere lei in costume da bagno, parlare ancora, nuotare, panini al formaggio, scoprire che a lui non piace la frutta, un libro, tornare alla macchina, una gazzosa, altri boschi, altre strade, un’altra stazione, la macchina ancora in divieto di sosta, un clacson, lui che si scusa con un gesto della mano e scende solo un attimo per salutarla.

Pochi giorni dopo sarebbe iniziato settembre. Lei era allegra come se col cadere delle foglie potesse iniziare un’altra estate. Lui aveva rinunciato a un impiego per una compagnia francese che l’avrebbe spedito chissà dove.
Lei aveva imbiancato casa, incombenza che rinviava da un po’. Aveva iniziato dalle stanze meno importanti, come se il corridoio, che aveva visto passare fra il soggiorno e la camera da letto una mezza dozzina di uomini senza avere il tempo di capire chi fossero, meritasse improvvisamente una dignità nuova.

Si rividero un mese dopo e poi di nuovo, più spesso, sempre in città diverse.
Nessuno dei due avrebbe saputo dire con precisione quando quella storia fosse iniziata. Ma un giorno in un autobus di una città straniera, prima che lei scendesse e si perdesse fra la gente, lui l’aveva stretta da dietro, il braccio destro come una cinta al soprabito verde, e le aveva detto all’orecchio: “sei libera se vuoi, ma ora soffrirei se te ne andassi”.
Lei si era voltata, le lettere dell’alfabeto sparse in bocca. Un vuoto, non riuscire a dire quello che voleva dire, un bacio e gli occhi in quelli di lui come a chiedere scusa.

Non si dissero mai ti amo, il suono delle parole perdute è di un’insostenibile malinconia, così un giorno, per non farle male, lui le disse – ti adoro.

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