IL LIBRO GIUSTO

Il vento soffia a raffiche che sanno di sale. Ho messo la gonna e devo tenerla giù con le mani.
Dalla banchina si vede la spiaggia, trapunta di ombrelloni a perdita d’occhio. Il sole si riflette sul mare e ne fa una lacca metallizzata, tanto che in lontananza, verso sud, i bagnanti sembrano insetti neri caduti in un barattolo di vernice da carrozzeria.
Mi siedo in una panchina, così non devo pensare alla gonna e posso dar spazio ai languidi turbamenti che colpiscono in modo semiautomatico le donne della mia età che non amano lo shopping e non assumono psicofarmaci.

Sul lungomare c’è poca gente, la giostra per i bambini è spenta. L’aria è tersa.
Regola numero 1: -Conosci il tuo nemico-. Lo dicono chiaramente i tutorial di psicologia femminile che l’amica Valentina ha cura di girarmi di tanto in tanto. Dunque, se dovessi dare un nome al turbamento di questa mattina, lo definirei -convalescenza emozionale-. Uno stato di leggero intontimento, un indolenzimento cardiaco quasi piacevole, che segue scombussolamenti di portata molto maggiore causati da eventi reali, per lo più esterni, diabolicamente messi in fila dalla sfiga e dalla fortuna sull’esistenza dei sensibili.
Amante della vita e delle sorprese, considero la serenità una condizione tutto sommato noiosetta, eppure qualcosa dentro di me mi dice che adesso ne avrei più che mai bisogno. Ma, non avendola mai desiderata, non ho proprio idea di dove andarla a cercare. Come si raggiunge la serenità?

La gonna si alza di nuovo. La incastro fra le gambe.
Un ragazzo svolta sul viale in bicicletta, prende una curva larga e zigzaga pedalando contro le raffiche di vento.
Mi guarda mentre si avvicina, lo so perché lo guardo anch’io. Mi supera di pochi metri, gira facendo una curva stretta e mi guarda di nuovo. Si ferma, scende dal sellino sulla canna e si inclina in avanti per spingersi verso di me senza pedalare. Il grosso zaino che ha in spalla si sbilancia pericolosamente, ma lui lo controlla con grande abilità e butta un piede sulla panchina, come una boa d’ormeggio, appena prima che la ruota sbatta contro la mia gamba.
Venticinque, ventott’anni forse. Pettinato nonostante il vento, occhi dal colore indefinibile, come quelli di un neonato.

“Devo liberarmi dei miei limiti.”

Rapida analisi della situazione: di che limiti sta parlando? Sociali, fisici, psicologici, sessuali, spirituali… e perché lo sta dicendo a me? Ripercorro in un lampo i tutorial di Valentina cercando di ricordare qualche indicazione sulla corretta gestione del maschio in crisi. In fondo vorrei rassicurarlo: è una pulsione del tutto condivisibile tentare di liberarsi dei propri limiti. E, se non fosse che proprio oggi sono a caccia di serenità, starei certamente cercando di superarli anch’io. Che poi, tutto sommato, cosa c’è di più limitante del non accettare di vivere semplicemente sereni?
Abbozzo un sorriso di circostanza mentre cerco le parole giuste per rispondere. Quando improvvisamente si fa spazio nella mia testa la salvifica idea che potrei aver capito male per via del vento.
“Scusa puoi ripetere?”, chiedo in via precauzionale.

“Devo liberarmi dei miei libri.”
Silenzio.
“Ah! I tuoi L I B R I…”

“Sì, ho dei libri qui dentro”, dice disarcionando lo zaino che si accascia sul manubrio della bicicletta, “devo liberarmene, li vendo, ne vuoi uno? Potrei darti un trattato di medicina per esempio”.
“Non so… non credo faccia per me, prendo a malapena l’aspirina.”

Essendo io femmina e avendo poc’anzi formulato una domanda precisa: -come si raggiunge la serenità?– Mi viene naturale pensare che il Cosmo potrebbe aver messo la sua risposta in un libro e mandato da me questo giovane messaggero.

Il ragazzo scende dalla bicicletta e sgancia il cavalletto col piede. Poi si siede anche lui sulla panchina e apre lo zaino: “scegli un libro a caso”.
Sono un po’ turbata all’idea di infilare la mano nella borsa sconosciuta di uno sconosciuto, ma lo faccio.
Ci sono diversi libri.
Pesco proprio il trattato di medicina.
-Che i segreti della pace interiore risiedano effettivamente nella psicofarmacologia?-
Lui scuote la testa e lo appoggia sulla panchina.
“Riprova.”
Tentativo numero due: Seneca. Uno stoico dominio sulle passioni sarebbe certamente una soluzione efficace, ma il libro ha la targhetta della biblioteca. Chiedo al ragazzo se l’ha rubato. Lui me lo toglie dalle mani, lo appoggia sul trattato di medicina e scuote la testa di nuovo.
“Mi dispiace, questo non posso dartelo, lo sto leggendo io.”
Riservo tutta mia speranza nel terzo e ultimo tentativo, concentrandomi sull’importanza di pescare Il Libro Giusto: quello che contiene La Risposta.
Tuffo le mani nello zaino e afferro un volumetto. Al tatto è già chiaro che è un’edizione brutta ed economica. Lo tiro fuori.

Il giovane messaggero questa volta sembra soddisfatto. Mi chiede 50 centesimi, mi stringe la mano, rimonta in sella e se ne va zigzagando a portare i suoi messaggi chissà dove.

Resto da sola sulla panchina.
Bonariamente sbeffeggiata dal Cosmo.
Ottanta pagine, copertina rossa.
Titolo: Il Dizionario del Sesso.

Il dizionario del sesso

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