IL BAMBINO DISOCCUPATO

Il caldo è arrivato il primo giorno d’estate con puntualità enciclopedica.
I bagnanti che fino a ieri inveivano contro il cielo per il freddo, oggi inveiscono contro il cielo per il caldo e si accingono — già affaticati — ad affrontare la bella stagione, abbandonandosi con dignitosa rassegnazione al rito sociale dell’abbronzatura.

La spiaggia libera è disseminata di ombrelloni dai colori accesi, piantati qua e là un po’ storti. Ricorda un campo di funghi allucinogeni. Io — sotto il mio ombrello azzurro — scrivo.

Avevo iniziato a raccontare la storia di un gruppo di bambini incontrati in un chioschetto sul lungomare.
Il circolo di seienni si è seduto al tavolo a fianco al mio all’ora della merenda. Io sorseggiavo caffè, loro ragionavano sul senso del vivere succhiando ghiaccioli fucsia e siluriformi. Poi uno di loro ha chiesto agli altri cosa volessero fare da grandi e tutti — uno alla volta — hanno fornito risposte rapide e molto più chiare di quelle che avrei saputo dare io se avessero avuto l’ardire di coinvolgermi nella conversazione: giudice, ballerina, muratore e veterinario. Solo uno è rimasto in silenzio. Ha guardato gli altri con l’espressione di chi non ha capito bene la domanda e ha cercato di cambiare argomento:
«Lo sapete come si dice gallina in inglese?»
«Non si risponde a una domanda con un’altra domanda!», ha incalzato il giudice.
«Insomma, che lavoro vuoi fare?»
Tutti gli altri — la ballerina, il veterinario e il muratore — hanno annuito severamente, in attesa che il bambino disoccupato fornisse una risposta chiara. Lui si è messo a pensare, incurante del rivolo di melassa viola che nel frattempo colava giù dal ghiacciolo percorrendo il braccio fino al gomito, gocciando sul tavolo e, da lì, sul costumino bianco.
«Io non voglio lavorare», aveva detto infine.
«voglio fare solo le cose che mi fanno felice.»

A questo punto nel mio racconto avrei certamente parlato del rapporto inverso che apparentemente intercorre tra felicità e senso del dovere. Sono infatti tornata in spiaggia e mi sono stesa all’ombra con l’idea di scrivere, ma non ho fatto in tempo ad appuntare niente se non un paio di spicciole riflessioni sulla perdita della libertà di pensiero nella prima infanzia, che una voce mi ha fatto trasalire.

«Compra telo, belle stoffe.»

Una donna nera sta in piedi davanti a me con un grosso cesto in equilibrio sulla testa. Vestito e denti bianchissimi. Nel cesto ci sono teli di cotone ordinatamente ripiegati e braccialetti di legno decorati con conchiglie e perline. Ma tutti questi dettagli li noterò fra un attimo perché, stesa a pancia in giù come sono, riesco a vedere per ora solo i suoi sandali.
Mi tiro su a sedere e dico la prima cosa che mi sembra gentile dire a una persona che cammina sotto il solleone: «vuoi riposarti all’ombra?».
Lei ringrazia, appoggia il cesto sulla sabbia e si siede.
 

«Mio nome è BIBI: Bologna, Imola, Bologna, Imola. Bologna, Imola, Bologna, Imola». Ripete, come un pendolare in stato confusionale.
Mi spiega che le hanno insegnato a dire così alla scuola di italiano per gli immigrati.
«Tuo nome?»
«Io mi chiamo CECILIA: Cesena, Empoli, Cesena, Imola, Livorno, Imola, Ancona.»

Bibi ha 47 anni, racconta di aver lasciato tutta la famiglia in Senegal: quattro figlie e un marito che rivede fra gennaio e marzo, quando torna per acquistare i braccialetti e le stoffe che poi porta in Italia.
Garantisce orgogliosamente di vendere solo prodotti senegalesi. Tuffa le mani nel cesto e mi fa segno di annusare. Sostiene che i teli odorino d’Africa. 

Mi dice che le stoffe vengono tinte dalle donne.
«E chi fa i braccialetti?», domando, temendo la risposta che infatti mi viene data.
«Bambini», dice.
Mi spiega che i bambini Infilano le perline e incollano le decorazioni velocemente perché hanno le mani piccole. Le chiedo se vengono pagati. Lei dice che li pagano poco perché lo fanno per gioco. 

Vorrei correre al chiosco con Bibi, comprare due ghiaccioli siluriformi e sedermi con lei al tavolo dei seienni. A quel punto chiederei loro in quale posizione nella classifica delle attività che li renderebbero felici collocano l’infilatore-sottopagato-di-perline-conto-terzi. Vorrei anche che il bambino giudice mi dicesse cosa è giusto e cosa è sbagliato, perché io non lo so. Comprare qualcosa significa aiutare Bibi o sostenere un sistema che non deve essere sostenuto?
Presa dal dubbio penso che quello che veramente mi piacerebbe avere è l’odore dell’Africa, perché in Africa non ci sono mai stata. Ma siccome l’odore si è attaccato alle stoffe devo per forza comprare anche un telo, e l’acquisto mi sembra a questo punto giustificato.

Prima di andarsene, Bibi prende dal mucchio un braccialetto di perline azzurre e me lo mette in mano .
Mi sento di nuovo confusa: devo ringraziare e tenerlo per non dimenticarmi di lei o puntualizzare stizzita che il lavoro minorile è una pratica immorale, restituire il gingillo e tornare a prendere il sole da onesta consumatrice inconsapevole, sotto il mio ombrello cinese, con il mio bikini indiano e i miei sandali turchi? 

Il braccialetto alla fine l’ho tenuto. Bibi si è rimessa il cesto sulla testa e si è allontanata senza lasciarmi tempo per pensare. Ma se anche l’avesse fatto, se mi avesse concesso tutto il tempo del mondo, io non credo che avrei saputo dare risposte chiare e sensate: d’altronde non sono più una bambina.

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