SONNO

Questa stessa notte di due anni fa, fissavo il soffitto della mia stanza in una pensione a Lisbona, senza riuscire a prendere sonno. Un aereo precipitato molto tempo prima, aveva ricavato un vuoto dentro di me, provocando uno di quegli spostamenti d’aria fredda, comunemente chiamati venti, che mi aveva sospinto in qua e in là per tutta la vita, fino a portarmi esattamente dove mi trovavo.
Nella stanza, l’odore di disinfettante proveniente dal lavandino mi convinceva a lasciare aperta la finestra. Avevo spento la luce dopo aver scritto la prima pagina del mio diario di viaggio e ascoltavo un tubo di scarico grondare acqua nel cortile di fronte. Nel diario raccontavo di essere in città di passaggio. Sarei ripartita il giorno successivo per le Azzorre. Volevo vedere l’isola su cui era caduto l’aereo di mio padre, uno di quei posti che nessuno sa puntare sulla mappa. Ci sarei rimasta sufficientemente a lungo da sentirmi sola e abbastanza stanca da riuscire ad indicare senza incertezza la direzione di casa sulla linea dell’orizzonte.
Non sapendo cosa cercare e non conoscendo nessuno, avevo pensato che affidarmi al caso fosse un buon piano.

Delle cose successe sull’isola mi meraviglio ancora.

Non avrei pensato all’anniversario della partenza se non fosse stato per un sogno fatto puntualmente la scorsa notte: un aereo precipitava poco distante da me, io mi allontanavo e allora ne precipitava un altro, nello stesso punto.

Credo sia arrivato il momento che io racconti per intero questa storia.

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