DIO È UN UOMO DI MEZZA ETÀ

Il bidello fa un passo nella stanza per chiedere se c’è ancora qualcuno che non ha consegnato il foglio con l’autorizzazione per partecipare alla settimana bianca. Una mano si alza timidamente, tutti si girano verso Bianchini e lui bisbiglia: “io”.
-Bianchini rischia di restare a scuola da solo mentre gli altri ruzzolano nella neve e questo, a undici anni, fa paura.-
“Bianchini, vedi di portarlo lunedì o non parti, è chiaro?”, minaccia il bidello. Bianchini fa un cenno penitente con la testa e si affretta ad appuntare qualcosa sul diario mentre l’uomo se ne va.

Nel frattempo Dio è entrato in aula e sta appendendo la giacca all’attaccapanni.

Dio è il professore di musica. A dire il vero -dio- sono le iniziali del suo nome, ma l’assonanza con l’Altissimo non sembra casuale: i ragazzi lo chiamano Dio e, coerentemente, lo adorano.

Dio è un uomo alto, di mezza età. Oggi indossa un maglione da professore, diciamo il maglione che immaginerei se mi chiedessero di chiudere gli occhi e di pensare a un professore di musica delle medie. Percorre l’aula verso la cattedra a passi distesi. Si gira e si siede. Ha gli occhi limpidi di chi ha veramente qualcosa da insegnare. Non deve alzare la voce per richiamare l’attenzione di tutti.

Io sono seduta insieme a G. nel suo banco vicino al muro. Lei di solito resta sola durante l’ora di musica, ma voglio capire se i miei anni di conservatorio possono finalmente servire a qualcosa di pratico nel lavoro con lei, quindi rimango.
Il professore sorride, si alza per prendere un gessetto e inizia a spiegare.
Disegna un cerchietto oblungo alla lavagna, si volta verso la classe e dice subito qualcosa di sapiente: –“Questo è il valore più grande e indica l’Intero: l’Uno. Niente può essere più grande dell’Uno.”–
A questo punto Dio prende l’Uno e lo spezza in 2 minime, che divide ancora in 4 semiminime, che rompe in 8 crome, che spacca in 16 semicrome, che sfalda in 32 biscrome, che scinde infine in 64 nanoscopiche semibiscrome.
Quando la scissione termina, i ragazzi guardano la lavagna preoccupati e G. ciondola sulla sedia fissando il compagno di banco con espressione assente.

“Se vi sembra difficile, non temete”, rassicura Dio, “la musica non è matematica, di cosa è fatta la musica?”, chiede. I ragazzi si allungano sui banchi per rispondere: “di note!”, “di suoni!”, “di strumenti musicali!”…
“La musica è fatta di vibrazioni”, puntualizza il professore. “Le vibrazioni arrivano al nostro orecchio, entrano dentro di noi e ci emozionano”. Si piega sulla borsa e ne estrae qualcosa. È un flauto dolce. Proprio lui: l’incubo di chiunque abbia mai assistito a un saggio scolastico.

Il flauto dolce è un tubiciattolo forato, appartenente alla famiglia degli aerofoni, viene in genere tinto di colori vivaci che conferiscono all’oggetto un aspetto innocuo quanto ingannevole. Un ensemble di flauti dolci suonati da giovani principianti, produce una quantità tale di quelli che in musica si definiscono battimenti, ovvero fastidiosissimi sfalsamenti sonori, da indurre anche il più entusiasta dei genitori a cercare una scusa per abbandonare il concertino di Natale.
Ebbene Dio estrae il suo flauto e minaccia di suonare qualcosa.
Per un attimo la mia fede vacilla e vorrei lasciare l’aula, ma Dio è chiaramente più veloce.
Poche note e mi pento di aver dubitato: il professore attacca un’intonatissima, delicatissima Guerra di Piero.

Improvvisamente G. si desta dal suo torpore, se qualcuno cantasse saremmo più o meno al punto in cui Piero si augura di veder scendere lungo il torrente i lucci argentati. La ragazzina scatta indietro sulla sedia porta le mani davanti alla faccia, spinge i palmi contro gli occhiali e resta immobile con la bocca semiaperta.

Non capisco cosa stia succedendo, le appoggio una mano sulla spalla e cerco di vederle gli occhi nello spazio fra le dita: sono chiusi.
Anche il suo compagno si gira preoccupato: “G. che fai, piangi?!”, chiede. Lei non si muove.

Quando la musica finisce, i ragazzi guardano l’uomo in silenzio.
G. abbassa lentamente le mani, ha la faccia stralunata, gli occhiali tutti appannati e sembra essere senza fiato.

“Cos’è successo?”, le chiedo.
Dopo un lungo silenzio, G. risponde in un linguaggio difficile, fatto di suoni molli che sto imparando a capire.

“È bello”, dice.

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