DUE PIEDI, UNO BIANCO, UNO NERO – Azzorre – giorno tre

– NOTA: decisamente non un viaggio come gli altri, capirete perché leggendo. Per questa ragione scelgo di pubblicare qui solo tre giorni di diario, il resto seguirà in forma di libro. –

 

Vila do Porto è costruita intorno ad un’unica strada, Teresa la chiama “the main street”. Disegna velocemente una mappa e indica con una croce la posizione della sua casa, in questa zona le vie non hanno nomi né numeri civici.
Con lo schizzo di Teresa esco a esplorare la zona, cerco punti di riferimento a ogni incrocio, per non perdermi.
Fra le case e la terra c’è un equilibrio diverso da ogni altro luogo abbia mai visto, non credo si possa dire che siamo in campagna perché qui a Santa Maria la città non esiste, la natura entra ed esce dal paese e lentamente si riprende gli edifici disabitati, senza che nessuno sembri farci caso.
Il cielo è di tempera azzurra fra il gesso bianco delle nuvole e quello delle case. Al lato sinistro della strada alcune sedie rosse aspettano davanti a un vecchio bar. In piedi, appena dentro, una ragazza e un uomo anziano, o forse solo molto stanco.
Infilo la testa nel locale e domando, “scusate, potete dirmi se è questa la strada principale del paese?”, i due si muovono all’unisono verso di me e iniziano a gesticolare.
La ragazza: “vai sempre dritto, non puoi sbagliare”.
L’uomo, in un inglese stranissimo: “ ma prima entra a prendere un caffè”.

La stanza è grande e vuota, la ragazza scivola rapida dietro il bancone e si affaccenda a prepararmi il caffè, “senti un odore cattivo?”, chiede girando appena la testa, mentre armeggia con la macchina, “è tutta la mattina che pulisco ma questo odore non se ne va”. L’odore strano lo sento anch’io, ma non glielo dico.
La ragazza appoggia due tazzine sul bancone e quando tiro fuori alcune monete risponde rapida, “no, no, il caffè te lo offre mio padre”.
L’uomo è in piedi poco lontano, sorride mostrando una fila irregolare di denti gialli, si avvicina, punta i gomiti sul pianale e inizia a parlare. Mi chiede se sono americana, racconta di essere emigrato negli Stati Uniti per diversi anni, parte della sua famiglia è ancora là.
“Lei è mia amica, mia figlia e mia amica”, dice indicando la ragazza con un gesto del mento.
Mi chiedono cosa sia venuta a fare qui. Racconto velocemente le ragioni del mio viaggio, poi scrivo nel mio quaderno il mio numero di telefono e strappo la striscia di carta.

I due mi guardano in silenzio.

“Fatemi chiamare se qualcuno vuole incontrarmi”.
Il vecchio esita un attimo, poi indica il motorino parcheggiato fuori dal locale e dice d’un fiato, “ti do la mia moto”.
Lo guardo e non so come rispondere.
“Ti do la mia moto”, ripete per essere certo che abbia capito, poi spiega, “per salire sulla montagna”. Si avvicina veloce e mi abbraccia. L’offerta è generosa e sincera.
“Grazie”, rispondo, “verrò a chiedertela se ne avrò bisogno”.

Padre e figlia mi seguono fuori dal locale, li saluto e sento i loro occhi addosso quando riprendo a camminare.

Vorrei raggiungere il mare, ma ho fame. Non so precisamente che ore siano, perché i miei orologi indicano orari diversi, rimasti fermi al fuso italiano e a quello di Lisbona. Ma in un posto come questo non è poi importante, quando hai fame è ora di mangiare. Leggo un’insegna al lato della strada: GARROUCHADA. Entro.
Mi siedo al tavolo, ordino una zuppa, riso e insalata e nell’attesa continuo a scrivere il mio diario.
Sono immersa nel mio lavoro quando alzo gli occhi e vedo entrare l’amica di Teresa, la giornalista. Mi saluta e questa volta si presenta, Costança. Mora, capelli a caschetto, occhi scuri e un viso irregolare, ha la bellezza che hanno le donne che sanno vivere la propria vita.
Si siede poco lontano. Dialoga con una persona al tavolo vicino, capisco che stanno parlando di me.
“Cecilia, questo è Gregório, il mio collega salito sulla montagna il giorno dell’incidente, ti ho parlato di lui ieri sera, ricordi?”, dice alzando la voce.
“Certo, mi ricordo”, rispondo.
Gregório lavorava per la radio locale. Il pomeriggio dell’8 febbraio 1989 salì a Pico Alto per riportare l’accaduto.
L’uomo mi guarda, esita un attimo, è smarrito, non si aspettava di dover pensare ancora a questa storia. Posso vedere con chiarezza i ricordi, fuori controllo, gonfiarsi nitidi dietro i suoi occhi e il suo tentativo di ricacciarli giù.
Tentativo fallito.
Ordina altro vino con un gesto della mano e viene a sedersi al mio tavolo.

Parliamo a lungo e la conversazione diventa più confidenziale con il passare dei minuti e dei bicchieri. Dice di ricordare ogni cosa di quel giorno, è stato uno spartiacque per la sua vita come per la mia.
“Sono salito sulla montagna con un registratore e l’idea di catturare rumori o voci…”, esita, “… sono tornato a casa, ho riascoltato il nastro… solo i miei passi sulle foglie… nient’altro…”, abbassa la testa.

Dice di avere ancora da qualche parte l’edizione speciale del quotidiano di quel giorno, la cercherà per me e chiederà alla radio di poter consultare gli archivi.

“Perché sei qui?”, mi chiede improvvisamente. Abbasso gli occhi e mi guardo le mani, prendo qualche secondo per pensare. “Non sono venuta per riportare in vita mio padre”, rispondo, “il passato è passato e non si può cambiare… sono qui per incontrare le persone che ricordano l’incidente. Forse anche la loro vita è diversa da quel giorno”. Sospiro. “Sai”, continuo, “ho un conto aperto con quella montagna, nel male e nel bene… non sono certa di riuscire a spiegarmi…”, esito, “… ricordo mia madre, mi prese in braccio, stringeva e tremava… io ero piccola, non capii subito cos’era successo, ma percepire la sua fragilità ha cambiato completamente la mia vita”.

Mi fermo un istante e guardo la strada, piove, nelle isole il clima è davvero irragionevole.

Continuo,“… molto di ciò che oggi sono dipende da quell’evento… e a me piace come sono”, concludo, “è per questo che ho un conto aperto con la tua isola”.
Guardo Gregório, si alza e si copre gli occhi con le mani, sta piangendo.

C’è un giovane uomo seduto in disparte, mi guarda senza parlare, non avevo fatto caso a lui, ma capisco che ha ascoltato la nostra conversazione, Gregório fa un cenno in sua direzione e i due si scambiano qualche parola in portoghese. “Lui è il figlio dell’uomo che era sindaco nell’89, ti farà incontrare suo padre, l’incidente ha cambiato anche la sua vita, credimi”, dice Gregório.
Ho la sensazione che potrei restare seduta qui e sarebbe questa storia a trovare me.

Nel pomeriggio, Teresa si propone di farmi fare un giro in macchina sull’isola, deve andare a Santa Bárbara per saldare un piccolo debito con una fornaia che vive sulle pendici del monte, nella casa più vecchia che io abbia mai visto. La donna ha quasi novant’anni e cuoce il pane da tutta la vita, ha le mani nere di carbone e solleva una vecchia pala con la quale estrae biscotti da un forno che sembra un buco infuocato nel muro. Nella stanza c’è di tutto, dalla legna, alla pasta, il vino e il catino dentro il quale la donna si lava le mani. Sul tavolo, sotto una coperta, il pane appena cotto e, al lato opposto, una teglia di biscotti fumanti.
Sopra un vecchio frigorifero arrugginito un’immagine dell’Ultima Cena.
Le mosche volano al centro della stanza restando a una certa distanza dal tavolo. L’ambiente non sembra affatto igienico, ma i biscotti che la fornaia mi offre hanno un profumo squisito e io, come detto, in questo viaggio assaggerò tutto.

Il tempo su quest’isola non sembra andare da nessuna parte. Con il pane profumato e i biscotti avvolti in un panno, Teresa, io e il cane risaliamo in macchina. Il motore tossisce e infine si accende. Scendiamo verso il mare e io sto premuta contro il finestrino, per guadare fuori. Praia Formosa poi su di nuovo e giù ancora fino a São Lourenço.
Di fronte al mare ci fermiamo. Alle nostre spalle una fila di case bianche con le decorazioni tipiche: lunghe fasce monocrome che definiscono gli spigoli dei muri e i contorni delle finestre. Teresa mi spiega che ogni zona dell’isola ha un colore particolare: azzurro, giallo, verde, rosso o grigio.
São Lourenço è la risultanza geologica del collasso di un cratere, mezzo vulcano forma le pendici ripide della baia, l’altra metà è crollata in mare. Non è la prima volta che vedo l’oceano, ma qui il paesaggio è così arcaico che ci si aspetta di veder emergere un mostro marino da un momento all’altro. L’acqua sembra gelida, eppure alcune persone fanno il bagno poco lontano.
Quando mi volto Teresa sta parlando con un uomo, appoggiato al muro di cinta di una casa. Una barca è stata, non saprei dire come, portata oltre il muro, nel giardino. È César e quelle sono la sua casa e la sua barca, Maluca, la Pazza.
Ci fermiamo con lui a bere una birra nel chiosco deserto della baia. César indossa un paio di occhiali dalle lenti a specchio color scarabeo. Parliamo di barche, balene e squali, delle origini siciliane di sua madre, della nostalgia e della saudade, che è più che nostalgia; poi, quando Teresa si allontana chiedo, “ti ha detto perché sono qui?”
“No, non so, perché?”

Quando finisco di raccontare, César ha gli occhi bassi sul tavolo. “Mia madre era un’infermiera”, dice, “è stata fra i primi a salire a Pico Alto, per portare soccorso”, esita, “ma non c’era nessuno da soccorrere”.
La sua espressione cambia, sembra arrabbiato ora, “… è stata una cazzata… una terribile cazzata… come quando vai a correre, cadi, sbatti la testa e muori… “, guarda il mare, “… il motore ha toccato gli alberi sulla cima del monte e l’aereo si è rotto in due, volavano troppo bassi…”.
“È vero che c’è stato un errore di comunicazione con la torre di controllo?”, chiedo.
César gira la testa, parla più piano ora: “… conosco l’uomo che lavorava alla torre quel giorno…”.
Lo rassicuro, “vai avanti, non preoccuparti, non sono venuta per fare giustizia, vive qui?”
“No, ora sta a Lisbona.
Mia cognata lavorava in tribunale all’epoca, lei ha ascoltato le registrazioni della scatola nera decine di volte. Dalla torre di controllo ripetevano -3000 piedi, 3000 piedi, 3000 piedi-, ma il pilota non ha mai risposto… si sentiva un gran vociare, come se dentro l’aereo stessero festeggiando… stavano festeggiando…”. Si ferma un attimo. “C’era una nuvola sulla montagna, sono passati in mezzo. La gente a Santa Bárbara guardava in su, non avevano mai visto un aereo volare così basso. Quando mia madre è andata sulla montagna non c’era più nulla da fare se non un gran lavoro per rimettere insieme i pezzi. Mi hanno detto che c’era un nero a bordo e alla fine si sono trovati con due piedi, uno bianco, uno nero e hanno dovuto riaprire tutti i sacchi…”.
Guardo César per convincerlo che sto bene e che può andare avanti.
“C’era un prete…”, continua lui, “… è salito a Pico dopo l’incidente e ha fatto delle riprese… io le ho viste, non so come abbia fatto mia madre ad andare lassù”.
“Pensi che possa vederle?” chiedo.
César mi guarda immobile dietro i suoi occhiali color scarabeo e non parla. Poi, “… le riprese? ascoltami… credo che sia meglio che tu salga lassù, metta un fiore sulla lapide e torni a casa” dice.
“Capisco che ti sembri pazzesco”, rispondo, “ma, sai…”, continuo puntando il dito sul tavolo a tracciare una serie di punti, “… sono andata dall’Italia a Lisbona, da Lisbona a São Miguel e da lì sono venuta fin qui per vivere le cose come mi passano davanti, sono abbastanza forte. Ho pensato a questa storia decine di centinaia di volte nel corso della vita e le cose che ho immaginato non possono essere tanto meglio della verità…”.

César mi guarda immobile. Io mi giro, c’è un gabbiano fermo sul tetto del chiosco, ha le penne disordinate dal vento.

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