TERRA DOPO CHILOMETRI DI MARE – Azzorre – giorno due

– NOTA: decisamente non un viaggio come gli altri, capirete perché leggendo. Per questa ragione scelgo di pubblicare qui solo tre giorni di diario, il resto seguirà in forma di libro. –

 

Bussano alla mia porta di buon’ora. È Jaime, mi chiama per la colazione.

Ci sediamo al tavolo, pane imburrato e due grosse tazze di caffè.
“Jaime”, domando a un tratto, “perché hai scelto di essere un sacerdote?”
“… avevo cinque anni quando mia madre si ammalò di cancro… non la operarono, mio padre voleva riportarla a casa… i medici dicevano che con la sua ostinazione l’avrebbe ammazzata…
I nostri amici vennero ogni giorno per passarle l’energia con le mani, come io ho fatto con te, stavano in piedi intorno al suo letto. Lei dimagrì fino quasi a scomparire, poi, un giorno, una grossa fistola le si aprì sulla gamba e tutta la materia cattiva uscì fuori… guarì.
Ora sta bene… Le persone intorno al suo letto sono la prima cosa che ricordo…”

Nel pomeriggio mi imbarco sul volo per le Azzorre. Lascio Lisbona diretta verso il centro dell’Oceano Atlantico, alla piccola Isola di Santa Maria, dove trascorrerò le prossime settimane. Parto alla cieca, non conosco nessuno. Ho contattato alcune persone via internet, fra questi Teresa, starò da lei per qualche notte. Verrà a prendermi in aeroporto, così ha detto.

Terra dopo chilometri di mare, facciamo scalo a São Miguel, appena mezz’ora di tempo per cambiare volo e accorgermi che in questo posto c’è un chiarore che non ho mai visto prima. Il sole del tardo pomeriggio è basso su un orizzonte lunghissimo, l’acqua assorbe e riflette la luce, restituendola cambiata, del colore dell’oro bianco.

L’aereo per Santa Maria è molto piccolo, trovo posto sotto la sua ala e provo un irrazionale senso di protezione. Questo è il volo più importante.
Le persone intorno parlano forte, io guardo il mare, il sole scende e l’acqua assume un colore sempre più innaturale.
In meno di venti minuti si aprono i carrelli e le grosse ruote nere si abbassano davanti al mio finestrino, la terra ancora non si vede nemmeno.
Poi l’aereo vira ed ecco l’isola mia. Grandi campi bruni e poche case, la montagna al centro e i boschi intorno. L’aeroporto, la torre e la pista su cui l’aereo di mio padre non è mai atterrato.

Arrivare su quest’isola è farsi prendere dal vento.

Ad aspettarmi fuori dall’aeroporto c’è Teresa, poche persone, solo io mi guardo intorno, mi riconosce e mi chiama. Ci presentiamo, carichiamo il mio bagaglio nella sua macchina e partiamo subito.
Mentre guida verso casa, lei parla, ma per quanto mi sforzi, io non riesco ed essere di grande compagnia, i miei pensieri sono rimasti aggrappati ai vetri verdi della vecchia torre di controllo, da cui qualcuno in quel lontano febbraio parlava ad un pilota per l’ultima volta.
L’aereo si schiantò contro una montagna, unica e centrale, Teresa la indica sporgendo il braccio fuori dal finestrino. Dalla cima si vede ogni punto dell’isola e da ogni punto dell’isola, anche da qui, si vede la cima.
-Questo servirà a ricordarmi perché sono venuta: in questo posto ho perso tanto e guadagnato tanto-, ma ora, che sono così stanca, questa riflessione lascia confusa anche me.

Le strade sull’isola sono poche e piccole. Non fa eccezione la via principale di Vila do Porto, la cittadina più grande, sulla quale, mi spiega Teresa, “si trova ogni cosa si possa sperare di trovare sull’isola”. Un bar, un pub, due alimentari e qualche piccolo negozio. Non ci sono tante cose qui e io mi sento inaspettatamente libera.

Teresa ha circa trent’anni, è un architetto e lavora per il comune di Vila do Porto. Vive in affitto in una casa troppo grande e vuota per lei sola. In giardino un cane e i due vitelli rossi del proprietario dell’immobile, ai quali non si affeziona, mi assicura, perché vengono ammazzati e sostituiti con grande regolarità.
Il suo frigorifero è vuoto, come quello di chi mangia senza orari e dà più importanza ad altre cose. È ora di cena, così usciamo e raggiungiamo il pub del paese.
Ci sono una decina di persone sedute dentro, Teresa si gira verso di me e dice seria: “un sacco di gente stasera!”.
È mia intenzione assaggiare ogni cosa mi venga offerta durante questo viaggio, così non posso rifiutare la pizza margherita alla banana di Teresa. Dolce, dopo il secondo boccone decisamente troppo dolce, ma meno intollerabile del previsto.

A tavola lei mi racconta com’è vivere in un’isola, la sua famiglia è di São Miguel. “ È troppo grande” dice, “Santa Maria sì, è una vera isola. Una porzione di mondo, completo di tutte le sue dinamiche, chiuso in un territorio circoscritto in cui è facile osservare come ogni cosa sia in relazione con le altre”.
Il suo pensiero mi convince molto.

All’uscita Teresa incontra un’amica; in bilico sulla porta del locale, io ancora dentro, loro già fuori. Ci fermiamo, meno di un minuto. Anche la donna vuole sapere cosa ci faccio qui e anche a lei racconto velocemente cosa mi ha portata così lontano.
Mi guarda con più attenzione e mi dice che all’epoca del disastro aereo lei era giornalista e lavorava per una radio locale. Dice che forse può mettermi in contatto con un collega che andò quel giorno sul luogo dell’incidente.

Il vento soffia fortissimo stanotte, non è affatto caldo come assicurava la mia guida Isole Azzorre e sul tetto sotto il quale alloggio continuano a correre su e giù animali, forse uccelli o più probabilmente ratti. Infilo anche la testa dentro il sacco a pelo e mi addormento.

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